Il tempo che mi è concesso non mi consente di riferire nel dettaglio dei singoli casi in ogni città, pertanto trasmetterò in data odierna una relazione dettagliata del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, relazione che comunque non può essere considerata definitiva, visto che la ricostruzione degli eventi, le cause e le relative conseguenze sono tutt'ora in fase di accertamento.
Ritengo comunque opportuno informare adesso il Parlamento sul caso di Foggia, precisando che si tratta di informazioni emerse dalle prime relazioni di servizio e che chiaramente verranno approfondite sotto ogni aspetto.
A Foggia il 9 marzo 2020, intorno alle ore 9,40, alcuni detenuti hanno cominciato la rivolta appiccando il fuoco a lenzuola e materassi e danneggiando suppellettili all'interno delle camere di pernottamento, attivando l'intervento della polizia penitenziaria.
Nel frattempo, un numero consistente di altri detenuti, circa 200, in quel momento presenti nei cortili di passeggio a colloquio con il comandante, in massa imboccavano il corridoio verso l'uscita dei reparti.
Durante il percorso forzavano i cancelli tra le sezioni favorendo l'uscita di altri detenuti e, dopo un tentativo di raggiungere la direttrice, nel frattempo sopravvenuta, tentativo fallito grazie all'intervento della polizia penitenziaria, proseguivano nella loro azione scardinando il cancello interno della porta carraia, riuscivano a vincere le resistenze della polizia penitenziaria e si portavano fuori dalle mura perimetrali dell'istituto in 72.
Successivamente, grazie al lavoro congiunto della polizia penitenziaria e delle altre Forze dell'ordine, tempestivamente allertate, 56 di loro sono stati riportati in carcere.
Il bilancio complessivo di queste rivolte è di oltre 40 feriti della polizia penitenziaria, a cui va tutta la mia vicinanza e l'augurio di pronta guarigione, e purtroppo di 12 morti tra i detenuti, per cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini.
Tali vicende si collocano all'interno della drammatica emergenza che sta sottoponendo il Paese a una prova durissima ed è evidente che tanti detenuti siano effettivamente preoccupati, soprattutto in condizioni di sovraffollamento, dell'impatto del coronavirus sulla propria salute e sulle condizioni detentive.
È bene chiarire che, fin dalle prime avvisaglie dell'epidemia, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si è mosso per salvaguardare la salute e la sicurezza di tutti coloro che lavorano e vivono in carcere.
Con la prima nota del 22 febbraio 2020 si disponeva l'esonero di tutti gli operatori penitenziari residenti o dimoranti nei Comuni del primo cluster da recarsi in servizio presso le rispettive sedi;
la costituzione di un'unità di crisi per il monitoraggio dell'andamento del fenomeno e delle informazioni relative ai casi sospetti o conclamati e per l'adozione tempestiva delle conseguenti iniziative.
Il 25 febbraio si procedeva all'inoltro della circolare del Ministero della salute a tutte le articolazioni dell'amministrazione penitenziaria, invitando i provveditori e i direttori locali a contattare le unità sanitarie locali per uniformarsi alle direttive e adeguare il contesto penitenziario di riferimento;
a interloquire con le autorità giudiziarie competenti per concordare le modalità di eventuali traduzioni per motivi di giustizia, valutando anche la possibilità di garantire la presenza del detenuto con il supporto della videoconferenza.
Si segnala, inoltre, la particolare attenzione da porre rispetto ai detenuti provenienti dall'esterno, i cosiddetti nuovi giunti, predisponendo delle piccole tensostrutture da dedicare al cosiddetto pre -triage.
Veniva infine fatta richiesta ai provveditorati di individuare il fabbisogno relativo ai dispositivi di protezione, con particolare riferimento a tutto il personale che svolge servizi operativi o attività che possano comportare esposizione diretta al contagio;
Nel frattempo, con la nota del 26 febbraio 2020, si richiedeva ai direttori degli istituti penitenziari di avviare una capillare attività di informazione e di sensibilizzazione della popolazione detenuta, perché fosse informata e potesse condividere eventuali disposizioni da adottare, soprattutto con riferimento alla temporaneità delle stesse, per limitare le occasioni di possibile contagio o comunque lo sviluppo e la diffusione del virus all'interno degli istituti.
È opportuno ricordare che quest'ultimo, tra le misure a tutela della salute dei detenuti, annovera, per un periodo di quindici giorni, una limitazione dei colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i detenuti, stabilendo al contempo un'estensione - ove possibile e anche oltre i limiti - dei colloqui a distanza.
Proprio ieri è arrivata la prima fornitura di circa 100.000 mascherine, che sono in fase di distribuzione, prioritariamente destinate agli operatori che accedono dall'esterno.
Da oggi, d'intesa con la Protezione civile, anche in conseguenza dell'estensione della cosiddetta zona protetta a tutto il territorio nazionale, verranno effettuati i tamponi ai detenuti trasferiti a vario titolo, in aggiunta alle operazioni di pre -triage.
È evidente che tutti questi sforzi, profusi dall'amministrazione al solo scopo di evitare che l'epidemia si faccia largo nelle carceri, rischiano di essere gravemente compromessi dalle rivolte di questi giorni che hanno causato l'inagibilità di un numero elevatissimo di posti detentivi.
Stiamo parlando di rivolte portate avanti da almeno 6.000 detenuti su tutto il territorio nazionale, quasi contemporaneamente, che di fatto hanno messo in evidenza le già note carenze strutturali del sistema penitenziario.
A tal proposito, sarebbe abbastanza semplice replicare che, da quando sono Ministro della giustizia, ho previsto 2.548 agenti di polizia penitenziaria in più, di cui 1.500 già in servizio e 754 prossimamente.
Quanto all'area trattamentale, ho previsto un numero di protocolli di lavoro che non ha precedenti, senza considerare gli investimenti dell'ultima legge di bilancio, che rafforzano enormemente il profilo della rieducazione.
Sono circostanze ben note all'attuale maggioranza, ma anche a una parte dell'opposizione, che era al Governo quando sono stati fatti gli investimenti che sto continuando a portare avanti.
E potremmo anche provare ad avventurarci nelle responsabilità di un sistema strutturalmente fatiscente, fingendo di non sapere che si tratta del risultato di un disinteresse per l'esecuzione della pena accumulato nei decenni.
È giusto che tale impegno si intensifichi proprio in questo periodo, in cui la salute di tutti deve essere tutelata, ed è giusto ascoltare le rivendicazioni che arrivano anche dai detenuti che rispettano le regole e che dimostrano di seguire un percorso di rieducazione vero.
Ma dobbiamo anche avere il coraggio e l'onestà di dire che tutto questo non ha nulla a che fare con gli incendi, i danneggiamenti, le devastazioni, addirittura le violenze contro gli agenti della polizia penitenziaria.
La task force all'interno del Ministero sta preparando possibili interventi per garantire da un lato i poliziotti penitenziari e dall'altro lato i detenuti.
Signor Presidente, signor Ministro, credo, prima di tutto in questo momento che è veramente drammatico per l'Italia, che il nostro dibattito si debba ritrovare su un punto fondamentale: esprimere solidarietà e gratitudine alla polizia penitenziaria e al personale che lavora nelle carceri, che in questo momento, esattamente come i medici e gli infermieri, meritano il plauso di tutta la Nazione.
Quando il Ministro poco fa ha ricordato un disinteresse accumulato per anni, problemi come il sovraffollamento e condizioni di carcerazione che tante volte non rispondono ai criteri minimi di dignità, ha detto la verità.
Purtroppo ce ne dobbiamo far carico, perché pensare che si possa addebitare a lui o a gli ultimi Ministri una situazione che viene da lontano è profondamente sleale, in termini personali e politici.
Sleale perché la stessa tipologia dei disordini e le morti che sono purtroppo avvenute in queste circostanze, alcune delle quali ormai acclarate e collegate a un uso di metadone e di sostanze stupefacenti assunte negli assalti alle infermerie e alle strutture sanitarie, ci confermano ancora una volta che c'è una spirale tra l'approvvigionamento delle sostanze stupefacenti, i colloqui con i familiari, la permanenza in carcere e il sovraffollamento.
Pensate alle persone che hanno sbagliato, che hanno magari gravemente sbagliato e vorrebbero semplicemente riprendere un percorso di reinserimento nella società, come la nostra Costituzione assicura loro.
Probabilmente da allora, quando andiamo negli aeroporti, i controlli sono più stringenti, ma è nulla rispetto a quello che sta accadendo oggi, che mina anche i nuclei familiari e mette le persone nelle condizioni di non potersi vedere per paura dei contagi.
Infatti è impossibile che potessero scoppiare contemporaneamente sull'intero territorio nazionale e hanno diviso la popolazione carceraria tra le persone perbene, che avevano l'autentica preoccupazione in ordine al coronavirus e hanno fatto proteste civili, finalizzate a colloqui con i dirigenti dei carceri (questi carcerati non vanno abbandonati, perché si sono comportati con rispetto verso la legalità e le istituzioni dello Stato), e gli altri, che sono come quei sabotatori che durante le guerre mondiali agivano non contro il nemico, ma all'interno delle linee amiche.
non è possibile parlare di atti di clemenza o di alleggerimento della pena davanti a questi facinorosi, che devono avere una sola risposta dallo Stato: quella della fermezza nel far rispettare le regole.
questa è l'avvisaglia di quello che rischiamo di veder accadere tra qualche giorno in altri settori del nostro Stato, se la risposta non sarà ferma e decisa.
Non siamo uno stato dittatoriale e non vogliamo che il coronavirus trasformi l'Italia in uno stato dittatoriale, perché amiamo la democrazia e perché questi banchi sono le espressioni di una vita democratica.
Anche i nostri contrasti, anche quelli che abbiamo avuto con lei, signor Ministro, sulla prescrizione, sono figli di una vita democratica che vogliamo rispettare.
Però, colleghi, la vita democratica in momenti di emergenza come questi, mentre i nostri vecchi rischiano di non avere la possibilità di essere curati negli ospedali, va alimentata non solo con la comprensione, ma anche con l'inflessibilità nel rispetto della legge.
Allora, signor Ministro, mi sento confortato dalle sue parole e ancor più mi sento confortato dai suoi comportamenti nei prossimi giorni, perché credo che su questa frontiera delle carceri, purtroppo, rischiamo di giocarci in questi momenti qualcosa che nelle prossime ore - Dio non voglia - potremmo doverci giocare in altri ambiti.
Lo Stato ci deve essere, perché se potremo superare il coronavirus, lo dovremo certamente all'intelligenza dei cittadini, ai comportamenti che cambiano della gente, ma anche al fatto che lo Stato ci sia e faccia rispettare le regole.
Signor Presidente, partiamo dall'assunto che la violenza non è accettabile e non si fanno trattative con chi devasta le strutture carcerarie, con chi evade, con chi crea disordini o colpisce gli agenti di polizia penitenziaria, a cui va tutta la nostra solidarietà e il ringraziamento per il lavoro che hanno svolto e stanno svolgendo, devo dire, in pochissimi rispetto alla popolazione carceraria.
La tempesta perfetta di un'Italia zona rossa sanitaria ed economica, a cui si somma lo tsunami che arriva dalle carceri - l'emergenza nell'emergenza - è qualcosa che non possiamo permetterci.
sono state rese più lunghe le condanne ed è stato reso più difficile uscire dal carcere, con un'idea perversa che si è incuneata nella nostra democrazia, e cioè che quanta più gente c'è in galera tanto più il nostro sistema di giustizia e di sicurezza funziona.
persone costrette in condizioni pietose, tra l'altro con una previsione di crescita della popolazione carceraria che arriverà nei prossimi anni a 70.000 unità, in una condizione per cui, al contrario, le strutture carcerarie cresceranno in numero e in dimensioni in maniera inversamente proporzionale a quanta gente andrà in carcere.
Tutto questo, tra l'altro, quando l'indice di delinquenza - per fortuna, grazie alle Forze dell'ordine e grazie alle azioni messe in campo in questi anni - sta calando.
quindi, aumenta la presenza di detenuti nelle nostre carceri in un contesto in cui, invece, il nostro Paese ha dimostrato di saper mettere in campo condizioni di sicurezza adeguate.
Naturalmente, condivido quanto detto dal presidente Casini, ovvero che non si può imputare a lei, signor Ministro, la condizione delle carceri in questo momento, però sicuramente mi chiedo come si faccia a non comprendere - da parte di chi dirige le carceri in Italia - che in questa situazione così drammatica basta pochissimo per scatenare il caos.
Come si è fatto a non comprendere che, con il dilagare del coronavirus e con le nuove misure sacrosante di sicurezza che bisognava mettere in campo (la riduzione del contatto esterno, il divieto delle visite ai familiari, la limitazione all'apertura delle celle) si potesse scatenare il disastro a cui abbiamo assistito in tutta Italia.
Credo che tutto questo fosse abbastanza prevedibile, soprattutto da parte di chi - come il capo del DAP - dovrebbe avere un contatto diretto con il personale, con il direttore delle carceri, persone straordinarie che, se fossero state consultate, probabilmente avrebbero suggerito modalità di applicazione degli stessi provvedimenti completamente diverse.
Misure del genere assunte in questa maniera nascono da un'idea abbastanza disumana secondo la quale chi entra in carcere, smette di essere uomo e diventa cosa.