s-101
| Quel traditor che vede pur con l'uno, e tien la terra che tale qui meco vorrebbe di vedere esser digiuno, farà venirli a parlamento seco ; poi farà sì, ch'al vento di Focara non sarà lor mestier voto né preco». |
s-102
| E io a lui: «Dimostrami e dichiara, se vuo' ch'i' porti sù di te novella, chi è colui da la veduta amara». |
s-103
| Allor puose la mano a la mascella d'un suo compagno e la bocca li aperse, gridando: «Questi è desso, e non favella. |
s-104
| Questi, scacciato, il dubitar sommerse in Cesare, affermando che 'l fornito sempre con danno l'attender sofferse». |
s-105
| Oh quanto mi pareva sbigottito con la lingua tagliata ne la strozza Curio, ch'a dir fu così ardito! |
s-106
| E un ch'avea l'una e l'altra man mozza, levando i moncherin per l'aura fosca, sì che 'l sangue facea la faccia sozza, gridò: «Ricordera' ti anche del Mosca, che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, che fu mal seme per la gente tosca». |
s-107
| E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; per ch'elli, accumulando duol con duolo, sen gio come persona trista e matta. |
s-108
| Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, e vidi cosa ch'io avrei paura, sanza più prova, di contarla solo; se non che coscienza m'assicura, la buona compagnia che l'uom francheggia sotto l'asbergo del sentirsi pura. |
s-109
| Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia, un busto sanza capo andar sì come andavan li altri de la trista greggia; e 'l capo tronco tenea per le chiome, pesol con mano a guisa di lanterna: e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». |
s-110
| Di sé facea a sé stesso lucerna, ed eran due in uno e uno in due; com'esser può, quei sa che sì governa. |
s-111
| Quando diritto al piè del ponte fue, levò 'l braccio alto con tutta la testa per appressarne le parole sue, che fuoro: «Or vedi la pena molesta, tu che, spirando, vai veggendo i morti: vedi s'alcuna è grande come questa. |
s-112
| E perché tu di me novella porti, sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli che diedi al re giovane i ma' conforti. |
s-113
| Io feci il padre e 'l figlio in sé ribelli; Achitofèl non fé più d'Absalone e di Davìd coi malvagi punzelli. |
s-114
| Perch'io parti' così giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch'è in questo troncone. |
s-115
| Così s'osserva in me lo contrapasso». |
s-116
| La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie sì inebriate, che de lo stare a piangere eran vaghe. |
s-117
| Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? perché la vista tua pur si soffolge là giù tra l'ombre triste smozzicate? Tu non hai fatto sì a l'altre bolge; pensa, se tu annoverar le credi, che miglia ventidue la valle volge. |
s-118
| E già la luna è sotto i nostri piedi; lo tempo è poco omai che n'è concesso, e altro è da veder che tu non vedi». |
s-119
| «Se tu avessi», rispuos'io appresso, «atteso a la cagion perch'io guardava, forse m'avresti ancor lo star dimesso». |
s-120
| Parte sen giva, e io retro li andava, lo duca, già faccendo la risposta, e soggiugnendo: «dentro a quella cava dov'io tenea or li occhi sì a posta, credo ch'un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa». |
s-121
| Allor disse 'l maestro: «Non si franga lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello. |
s-122
| Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; ch'io vidi lui a piè del ponticello mostrarti e minacciar forte col dito, e udi' 'l nominar Geri del Bello. |
s-123
| Tu eri allor sì del tutto impedito sovra colui che già tenne Altaforte, che non guardasti in là, sì fu partito». |
s-124
| «O duca mio, la violenta morte che non li è vendicata ancor», diss'io, «per alcun che de l'onta sia consorte, fece lui disdegnoso; ond'el sen gio sanza parlarmi , sì com'io estimo: e in ciò m'ha el fatto a sé più pio». |
s-125
| Così parlammo infino al loco primo che de lo scoglio l'altra valle mostra, se più lume vi fosse, tutto ad imo. |
s-126
| Quando noi fummo sor l'ultima chiostra di Malebolge, sì che i suoi conversi potean parere a la veduta nostra, lamenti saettaron me diversi, che di pietà ferrati avean li strali; ond'io li orecchi con le man copersi. |
s-127
| Qual dolor fora, se de li spedali di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fossero in una fossa tutti 'nsembre, tal era quivi, e tal puzzo n'usciva qual suol venir de le marcite membre. |
s-128
| Noi discendemmo in su l'ultima riva del lungo scoglio, pur da man sinistra; e allor fu la mia vista più viva giù ver' lo fondo, là 've la ministra de l'alto Sire infallibil giustizia punisce i falsador che qui registra. |
s-129
| Non credo ch'a veder maggior tristizia fosse in Egina il popol tutto infermo, quando fu l'aere sì pien di malizia, che li animali, infino al picciol vermo, cascaron tutti, e poi le genti antiche, secondo che i poeti hanno per fermo, si ristorar di seme di formiche; ch'era a veder per quella oscura valle languir li spirti per diverse biche. |
s-130
| Qual sovra 'l ventre e qual sovra le spalle l'un de l'altro giacea, e qual carpone si trasmutava per lo tristo calle. |
s-131
| Passo passo andavam sanza sermone, guardando e ascoltando li ammalati, che non potean levar le lor persone. |
s-132
| Io vidi due sedere a sé poggiati, com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia, dal capo al piè di schianze macolati; e non vidi già mai menare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso , né a colui che mal volontier vegghia, come ciascun menava spesso il morso de l'unghie sopra sé per la gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso; e sì traevan giù l'unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie o d'altro pesce che più larghe l'abbia. |
s-133
| «O tu che con le dita ti dismaglie», cominciò 'l duca mio a l'un di loro, «e che fai d'esse talvolta tanaglie, dinne s'alcun Latino è tra costoro che son quinc'entro, se l'unghia ti basti etternalmente a cotesto lavoro». |
s-134
| «Latin siam noi, che tu vedi sì guasti qui ambedue», rispuose l'un piangendo; «ma tu chi se' che di noi dimandasti?». |
s-135
| E 'l duca disse: «I' son un che discendo con questo vivo giù di balzo in balzo, e di mostrar lo 'nferno a lui intendo». |
s-136
| Allor si ruppe lo comun rincalzo; e tremando ciascuno a me si volse con altri che l'udiron di rimbalzo. |
s-137
| Lo buon maestro a me tutto s'accolse, dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; e io incominciai, poscia ch'ei volse: «se la vostra memoria non s'imboli nel primo mondo da l'umane menti, ma s'ella viva sotto molti soli, ditemi chi voi siete e di che genti; la vostra sconcia e fastidiosa pena di palesarvi a me non vi spaventi». |
s-138
| «Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena», rispuose l'un, «mi fé mettere al foco; ma quel per ch'io mori' qui non mi mena. |
s-139
| Vero è ch'i' dissi lui, parlando a gioco: “I' mi saprei levar per l'aere a volo”; e quei, ch'avea vaghezza e senno poco, volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo perch'io nol feci Dedalo, mi fece ardere a tal che l'avea per figliuolo. |
s-140
| Ma ne l'ultima bolgia de le diece me per l'alchìmia che nel mondo usai dannò Minòs, a cui fallar non lece». |
s-141
| E io dissi al poeta: «Or fu già mai gente sì vana come la sanese? Certo non la francesca sì d'assai!». |
s-142
| Onde l'altro lebbroso, che m'intese, rispuose al detto mio: «Tra' mene Stricca che seppe far le temperate spese, e Niccolò che la costuma ricca del garofano prima discoverse ne l'orto dove tal seme s'appicca; e tra' ne la brigata in che disperse Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda, e l'Abbagliato suo senno proferse. |
s-143
| Ma perché sappi chi sì ti seconda contra i Sanesi, aguzza ver' me l'occhio, sì che la faccia mia ben ti risponda: sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio, che falsai li metalli con l'alchìmia; e te dee ricordar, se ben t'adocchio, com'io fui di natura buona scimia». |
s-144
| Nel tempo che Iunone era crucciata per Semelè contra 'l sangue tebano, come mostrò una e altra fiata, Atamante divenne tanto insano, che veggendo la moglie con due figli andar carcata da ciascuna mano, gridò: «Tendiam le reti, sì ch'io pigli la leonessa e ' leoncini al varco»; e poi distese i dispietati artigli, prendendo l'un ch'avea nome Learco, e rotollo e percosselo ad un sasso; e quella s'annegò con l'altro carco. |
s-145
| E quando la fortuna volse in basso l'altezza de' Troian che tutto ardiva, sì che 'nsieme col regno il re fu casso, Ecuba trista, misera e cattiva, poscia che vide Polissena morta, e del suo Polidoro in su la riva del mar si fu la dolorosa accorta, forsennata latrò sì come cane; tanto il dolor le fé la mente torta. |
s-146
| Ma né di Tebe furie né troiane si vider mai in alcun tanto crude, non punger bestie, nonché membra umane, quant'io vidi in due ombre smorte e nude, che mordendo correvan di quel modo che 'l porco quando del porcil si schiude. |
s-147
| L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo del collo l'assannò, sì che, tirando, grattar li fece il ventre al fondo sodo. |
s-148
| E l'Aretin che rimase, tremando mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi, e va rabbioso altrui così conciando». |
s-149
| «Oh!», diss'io lui, «se l'altro non ti ficchi li denti a dosso, non ti sia fatica a dir chi è, pria che di qui si spicchi». |
s-150
| Ed elli a me: «Quell'è l'anima antica di Mirra scellerata, che divenne al padre, fuor del dritto amore, amica. |
s-151
| Questa a peccar con esso così venne, falsificando sé in altrui forma, come l'altro che là sen va, sostenne, per guadagnar la donna de la torma, falsificare in sé Buoso Donati, testando e dando al testamento norma». |
s-152
| Vidi messer Marchese, ch' ebbe spazio già di bere a Forlì con men secchezza, e sì fu tal, che non si sentì sazio. |
s-153
| Ma come fa chi guarda e poi s' apprezza più d' un che d' altro, fei a quel da Lucca, che più parea di me aver contezza. |
s-154
| El mormorava; e non so che «Gentucca» sentiv' io là, ov' el sentia la piaga de la giustizia che sì li pilucca. |
s-155
| «O anima», diss' io, «che par sì vaga di parlar meco , fa sì ch' io t' intenda, e te e me col tuo parlare appaga». |
s-156
| «Femmina è nata, e non porta ancor benda», cominciò el, «che ti farà piacere la mia città, come ch' om la riprenda. |
s-157
| Tu te n' andrai con questo antivedere: se nel mio mormorar prendesti errore, dichiareranti ancor le cose vere. |
s-158
| Ma dì s' i' veggio qui colui che fore trasse le nove rime, cominciando» Donne ch' avete intelletto d' amore «». |
s-159
| E io a lui: «I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch' e' ditta dentro vo significando». |
s-160
| «O frate, issa vegg' io», diss' elli, «il nodo che 'l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo ch' i' odo! |
s-161
| Io veggio ben come le vostre penne di retro al dittator sen vanno strette, che de le nostre certo non avvenne; e qual più a gradire oltre si mette, non vede più da l' uno a l' altro stilo»; e, quasi contentato, si tacette. |
s-162
| Come li augei che vernan lungo 'l Nilo, alcuna volta in aere fanno schiera, poi volan più a fretta e vanno in filo, così tutta la gente che lì era, volgendo 'l viso, raffrettò suo passo, e per magrezza e per voler leggera. |
s-163
| E come l' uom che di trottare è lasso, lascia andar li compagni, e sì passeggia fin che si sfoghi l' affollar del casso, sì lasciò trapassar la santa greggia Forese, e dietro meco sen veniva, dicendo: «Quando fia ch' io ti riveggia?». |
s-164
| «Non so», rispuos' io lui, «quant' io mi viva; ma già non fia il tornar mio tantosto, ch' io non sia col voler prima a la riva; però che 'l loco u' fui a viver posto, di giorno in giorno più di ben si spolpa, e a trista ruina par disposto». |
s-165
| «Or va», diss' el; «che quei che più n' ha colpa, vegg' io a coda d' una bestia tratto inver' la valle ove mai non si scolpa. |
s-166
| La bestia ad ogne passo va più ratto, crescendo sempre, fin ch' ella il percuote, e lascia il corpo vilmente disfatto. |
s-167
| Non hanno molto a volger quelle ruote», e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote. |
s-168
| Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caro in questo regno, sì ch' io perdo troppo venendo teco sì a paro a paro». |
s-169
| Qual esce alcuna volta di gualoppo lo cavalier di schiera che cavalchi, e va per farsi onor del primo intoppo, tal si partì da noi con maggior valchi; e io rimasi in via con esso i due che fuor del mondo sì gran marescalchi. |
s-170
| E quando innanzi a noi intrato fue, che li occhi miei si fero a lui seguaci, come la mente a le parole sue, parvermi i rami gravidi e vivaci d' un altro pomo, e non molto lontani per esser pur allora vòlto in laci. |
s-171
| Vidi gente sott' esso alzar le mani e gridar non so che verso le fronde, quasi bramosi fantolini e vani che pregano, e 'l pregato non risponde, ma, per fare esser ben la voglia acuta, tien alto lor disio e nol nasconde. |
s-172
| Poi si partì sì come ricreduta; e noi venimmo al grande arbore adesso, che tanti prieghi e lagrime rifiuta. |
s-173
| «Trapassate oltre sanza farvi presso: legno è più sù che fu morso da Eva, e questa pianta si levò da esso». |
s-174
| Sì tra le frasche non so chi diceva; per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, oltre andavam dal lato che si leva. |
s-175
| «Ricordivi », dicea, «d' i maladetti nei nuvoli formati, che, satolli, Teseo combatter co' doppi petti; e de li Ebrei ch' al ber si mostrar molli, per che no i volle Gedeon compagni, quando inver' Madian discese i colli». |
s-176
| Sì accostati a l' un d' i due vivagni passammo, udendo colpe de la gola seguite già da miseri guadagni. |
s-177
| Poi , rallargati per la strada sola, ben mille passi e più ci portar oltre, contemplando ciascun sanza parola. |
s-178
| «Che andate pensando sì voi sol tre?», sùbita voce disse; ond' io mi scossi come fan bestie spaventate e poltre. |
s-179
| Drizzai la testa per veder chi fossi; e già mai non si videro in fornace vetri o metalli sì lucenti e rossi, com' io vidi un che dicea: «S' a voi piace montare in sù, qui si convien dar volta; quinci si va chi vuole andar per pace». |
s-180
| L' aspetto suo m' avea la vista tolta; per ch' io mi volsi dietro a ' miei dottori, com' om che va secondo ch' elli ascolta. |
s-181
| E quale, annunziatrice de li albori, l' aura di maggio movesi e olezza, tutta impregnata da l' erba e da' fiori; tal mi senti' un vento dar per mezza la fronte, e ben senti' mover la piuma, che fé sentir d' ambrosia l' orezza. |
s-182
| E senti' dir: «Beati cui alluma tanto di grazia, che l' amor del gusto nel petto lor troppo disir non fuma, esuriendo sempre quanto è giusto!». |
s-183
| Ora era onde 'l salir non volea storpio; ché 'l sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: per che, come fa l' uom che non s' affigge ma vassi a la via sua, che che li appaia, se di bisogno stimolo il trafigge, così intrammo noi per la callaia, uno innanzi altro prendendo la scala che per artezza i salitor dispaia. |
s-184
| E quale il cicognin che leva l' ala per voglia di volare, e non s' attenta d' abbandonar lo nido, e giù la cala; tal era io con voglia accesa e spenta di dimandar, venendo infino a l' atto che fa colui ch' a dicer s' argomenta. |
s-185
| Non lasciò, per l' andar che fosse ratto, lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca l' arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto». |
s-186
| Allor sicuramente apri' la bocca e cominciai: «Come si può far magro là dove l' uopo di nodrir non tocca?». |
s-187
| «Se t' ammentassi come Meleagro si consumò al consumar d' un stizzo, non fora», disse, «a te questo sì agro; e se pensassi come, al vostro guizzo, guizza dentro a lo specchio vostra image, ciò che par duro ti parrebbe vizzo. |
s-188
| Ma perché dentro a tuo voler t' adage, ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego che sia or sanator de le tue piage». |
s-189
| «Se la veduta etterna li dislego», rispuose Stazio, «là dove tu sie, discolpi me non potert' io far nego». |
s-190
| Poi cominciò: «Se le parole mie, figlio, la mente tua guarda e riceve, lume ti fiero al come che tu die. |
s-191
| Sangue perfetto, che poi non si beve da l' assetate vene, e si rimane quasi alimento che di mensa leve, prende nel core a tutte membra umane virtute informativa, come quello ch' a farsi quelle per le vene vane . |
s-192
| Ancor digesto, scende ov' è più bello tacer che dire; e quindi poscia geme sovr' altrui sangue in natural vasello. |
s-193
| Ivi s' accoglie l' uno e l' altro insieme, l' un disposto a patire, e l' altro a fare per lo perfetto loco onde si preme; e, giunto lui, comincia ad operare coagulando prima, e poi avviva ciò che per sua matera fé constare. |
s-194
| Anima fatta la virtute attiva qual d' una pianta, in tanto differente, che questa è in via e quella è già a riva, tanto ovra poi, che già si move e sente, come spungo marino; e indi imprende ad organar le posse ond' è semente. |
s-195
| Or si spiega, figliuolo, or si distende la virtù ch' è dal cor del generante, dove natura a tutte membra intende. |
s-196
| Ma come d' animal divegna fante, non vedi tu ancor: quest' è tal punto, che più savio di te fé già errante, sì che per sua dottrina fé disgiunto da l' anima il possibile intelletto, perché da lui non vide organo assunto. |
s-197
| Apri a la verità che viene il petto; e sappi che, sì tosto come al feto l' articular del cerebro è perfetto, lo motor primo a lui si volge lieto sovra tant' arte di natura, e spira spirito novo, di vertù repleto, che ciò che trova attivo quivi, tira in sua sustanzia, e fassi un' alma sola, che vive e sente e sé in sé rigira. |
s-198
| E perché meno ammiri la parola, guarda il calor del sol che si fa vino, giunto a l' omor che de la vite cola. |
s-199
| Quando Làchesis non ha più del lino, solvesi da la carne, e in virtute ne porta seco e l' umano e 'l divino: l' altre potenze tutte quante mute; memoria, intelligenza e volontade in atto molto più che prima agute. |
s-200
| Sanza restarsi , per sé stessa cade mirabilmente a l' una de le rive; quivi conosce prima le sue strade. |